Sic volvenda aetas commutat tempora rerum.

mercoledì 27 marzo 2013

Modernità liquida - Zygmunt Bauman



I. <<Consumare di più. I seguaci di questo credo fondamentalista sono convinti che tutte le strade della redenzione, della salvezza, della grazia divina secolare che della felicità  (si è immediata che eterna) passino per i negozi.>>

II. <<La principale tecnica di potere diventa ora la fuga, l'evasione, il distacco, il netto rifiuto di qualsiasi confinamento territoriale con i suoi gravosi corollari di costruzione e preservazione dell'ordine, della responsabilità per tutte le conseguenze nonché dell'obbligo di sopportarne i costi.>>

martedì 5 marzo 2013

Il pensiero laterale - Edward de Bono

I. <<È sempre spiacevole staccarsi da figure note che ci sono state ripetutamente utili: ci si sente molto impegnati con loro. Riesce difficile ricordarsi dell'arbitrarietà di un elemento che si ha l'impressione di aver creato e non semplicemente utilizzato per semplificare le descrizioni. Quando una figura nuova risulta difficile da descrivere, si preferisce compiere grandi sforzi per cercare ogni possibile combinazione di elementi già nuovi e sperimentati, piuttosto che ricorrere a elementi nuovi. Ma arriva il momento in cui è necessario mettere in discussione non il modo nel quale gli elementi noti possono essere raggruppati, ma gli stessi elementi noti.>>

II. <<Talvolta è utile esaminare un'idea facendola oggetto di una ricerca deliberatamente aberrante. Invece di disfarsi in fretta di un'idea che appare logicamente assurda, la si accetti, e, partendo da essa, ci si spinga più lontano possibile in ogni direzione, cioé verso il basso per cercare presupposti, e verso l'alto, per vedere a che cosa potrebbe condurre. È un esercizio assai più difficile di quanto sembri richiedono una pratica. Scopo di questa indagine, di questa prevaricazione intellettuale, e riesaminare criticamente il punto di vista dominante che è all'origine del rifiuto logico. Difendendo un'idea palesemente errata, si possono spesso coprire punti di vista più validi. È un esercizio assai più difficile di quanto sembri e richiede una lunga pratica. Scopo di questa indagine, di questa prevaricazione intellettuale, è di esaminare criticamente il punto di vista dominante che è all'origine rifiuto logico. Difendendo un'idea palesemente errata, si possono spesso scoprire punti di vista più validi. Gli schemi logici entro cui è ordinata l'esperienza disponibile non soltanto portano a sbarazzarci di una idea con un giudizio sommario, ma possono anche far cadere nel dimenticatoio un'ottima idea che non si adatta ad essi.>>

III. <<Il disordine è solo un mezzo d'evasione, non un obbiettivo. Tuttavia il pensiero laterale servirebbe a poco se si limitasse a costruire un nuovo ordine al posto del vecchio. Esso aspira a idee nuove, più semplici e più efficaci, ma aspira soprattutto a una fluidità che permetta di sostituire un'idea con le altre, via via migliori.>>

mercoledì 27 febbraio 2013

Dal Dottore

Mattia: "Dottoressa, le volevo porre una domanda, pensa che oltre la immobilizzazione del dito sia opportuno mettere in estensione il polso per detendere l'estensore?"

Dott.sa: "Scusi, ma lei che lavoro fa?"

M: "Consulente musicale"

D: "Ecco."

M: "Mi sembrava una domanda legittima..."

venerdì 4 gennaio 2013

Vita liquida



I. <<Scorrendo come l'acqua ci spostiamo rapidamente, senza mai contrastare la corrente, né fermarci abbastanza da ristagnare o aggrapparci agli argini o alle rocce - gli averi, le situazioni o le persone che attraversano la nostra vita -, e nemmeno tentando di restare fedeli alle nostre opinioni o visioni del mondo; semplicemente attaccandoci, con leggerezza e intelligenza, a ciò che ci si presenta mentre passiamo, che lasceremo poi andare, con grazia e senza avidità.>>

II. <<Libertà di affetti e revocabilità di impegni sono i precetti che ispirano questo genere di persone, quali che siano i loro impegni e affetti.>>

III. <<In opposizione alla mercificazione, alla privatizzazione, e alla commercializzazione di tutto ciò che ha a che vedere con l'educazione, gli educatori devono definire la istruzione superiore come risorsa vitale per la vita democratica e civile della nazione. La sfida che si pone dunque ai docenti, ai lavoratori della cultura, agli studenti e alle organizzazioni del lavoro è quella di unirsi nell'opposizione alla trasformazione dell'istruzione superiore in un settore commerciale >>

IV. <<In breve l'individualità, in quanto atto di emancipazione personale e di autoaffermazione , appare gravata da una aporia congenita, da una contraddizione insanabile. Essa ha bisogno della società sia come culla che come punto d'arrivo. Chiunque cerchi la propria individualità dimenticando, respingendo o sottovalutando tale sobria/oscura verità si candida a una condizione di frustrazione. L'individualità è un compito che la società degli individui assegna ai suoi membri - un compito individuale, da svolgere individualmente, sulla base delle proprie risorse individuali. E tuttavia questo compito è autocontradditorio e votato alla sconfitta: anzi, impossibile da svolgere.>>

V. <<Prima di qualsiasi altra cosa, l'affermazione <<sono un individuo>>  implica che io sono responsabile dei miei pregi e dei miei difetti e che è mio compito sviluppare quelli e rammaricarmi per questi, cercando di porvi rimedio. In quanto compito, l'individualità è un prodotto finale della trasformazione societaria, camuffato da scoperta personale.>>

VI. << La ricerca dell'elusiva individualità lascia ben poco tempo per altre attività. Nuovi segni di distinzione in offerta promettono di condurti alla mèta e di convincere chiunque incontri per strada, o venga a casa tua, che ci sei arrivato davvero, ma al tempo stesso invalidano i segni che ci avevano fatto la stessa promessa un mese, o un giorno, prima. La corsa all'individualità non dà requie.>>

VII. <<Il mercato subirebbe un colpo mortale se lo status degli individui non si sentisse a rischio, se le loro conquiste e i loro averi fossero al sicuro, i loro progetti definiti e la fine delle loro difficili imprese all'orizzonte. L'arte del marketing  è concentrata sull'obiettivo di impedire che le opzioni si chiudano e i desideri siano finalmente appagati. Contrariamente alle apparenze e alle dichiarazioni ufficiali, nonché al senso comune fedele alle une e alle altre, l'accento non cade sull'obiettivo di suscitare nuovi desideri, ma su quello di offuscare i 'vecchi' (leggasi: quelli di un minuto prima) per preparare il terreno a nuove scorribande tra le vetrine. L'orizzonte ideale del marketing consiste nell'irrilevanza dei desideri ai fini del comportamento dei clienti potenziali.>>

VIII. <<Lo Stato, oramai privo di competenza esclusiva sull'economia, sulla sicurezza o sulla cultura, non è in grado di promettere ai propri cittadini la tutela a vita - dalla culla alla bara -  che intendeva offrir loro sino a non molto tempo fa. Meno promesse significano, però, minore bisogno di patriottismo e di mobilitazione spirituale dei cittadini. Difficilmente il patriottismo eroico potrà crescere sul terreno di aspettative depotenziate, non più fecondate da promesse e speranze; e d'altra parte, nell'epoca dei piccoli eserciti professionali, lo Stato non ha più bisogno di eroi. Per i consumatori soddisfatti, tutti presi dai propri affari, va benissimo così: arrivederci e grazie...>>

IX. <<I prodotti culturali non sono fatti per essere usati/consumati sul momento o per dissolversi in un processo di consumo istantaneo, né ciò costituisce il criterio per stabilirne il valore. Hannah Arendt direbbe che la cultura persegue la bellezza, e penso che la scelta di tale nome sia dovuta al fatto che l'idea di <<bellezza>> è l'epitome stessa di un bersaglio elusivo che sfida la spiegazione razionale/causale, che è privo di finalità e di utilizzo apparente, che non serve a nulla e non può essere legittimato da un a qualsiasi esigenza precedentemente avvertita e definita che attenda di essere soddisfatta. Un oggetto è culturale in quanto sopravvive a qualsiasi utilizzo abba potuto presiede alla sua creazione.>>

X. <<Dobbiamo riconoscere che il terreno su cui presumiamo si fondino le nostre prospettive di vita è malfermo - come lo sono il nostro lavoro, le aziende che ce lo offrono, i nostri partner, la nostra rete di amicizie, la reputazione, di cui godiamo in una cerchia sociale più ampia o l'autostima e la fiducia in noi stessi che si accompagnano a tale reputazione. Il 'progresso ', che un tempo costituiva la manifestazione più estrema di ottimismo radicale e una promessa di felicità universalmente condivisa e durevole, si è decisamente spostato verso il polo opposto delle aspettative, distopico e fatalista.. Esso ora rappresenta la minaccia del cambiamento inarrestabile e inevitabile, che non porta pace e sollievo, ma crisi e tensione costanti, senza neanche un attimo di pausa, in una sorta di gioco delle sedie in cui un attimo di disattenzione si trasforma in sconfitta senza appello e nell'esclusione definitiva.>>

XI. <<Nan Ellin, uno degli studiosi più acuti e attenti delle tendenze urbane contemporanee, sottolinea come la protezione dal pericolo sia stata <<uno dei principali incentivi alla costruzione delle città, i cui confini - nelle antiche città della mesopotamia  come nelle città medievali o negli insediamenti indigeni in America - erano perlopiù marcati da grandi recinzioni o cinte murarie>>. Le mura, i fossati o gli steccati segnavano il confine tra 'noi' e 'loro', tra l'ordine e la natura selvaggia, tra la pace e la guerra: i nemici erano coloro che si trovavano fuori di quel perimetro e potevano varcarlo. <<Da spazio relativamente sicuro>>, tuttavia, la città soprattutto nel corso dell'ultimo secolo, ha finito per essere associata <<più al pericolo che alla sicurezza>>. Oggi le nostre città con un singolare capovolgimento del proprio ruolo storico e contro le intenzioni e le aspettative originarie, si stanno rapidamente trasformando da riparo contro i pericoli in principale fonte di pericolo Diken e Laustsen si spingono ad affermare che il <<collegamento>> millenario <<tra civiltà e barbarie si è inveritito. La vita urbana si trasforma in uno stato di natura caratterizzato dal dominio del terrore e accompagnato da una paura onnipresente>>.

XII. <<La società dei consumi riesce a rendere permanente la non-soddisfazione. Uno dei modi per ottenere tale effetto è denigrare e svalutare i prodotti di consumo poco dopo averli lanciati, con la massima enfasi possibile, nell'universo dei desideri dei consumatori. Ma un altro sistema, ancor più efficace, agisce lontano dalla ribalta, e consiste nel soddisfare ogni necessità/desiderio/bisogno in modo tale da non poter fare altro che dar vita a nuove necessità/desideri/bisogni. Ciò che inizia come necessità deve concludersi come coazione o dipendenza.>>

XIII. <<Il consumismo è un'economia basata sull'inganno, sull'esagerazione e sullo spreco; inganno, esagerazione e spreco non sono segnali di malfunzionamento di tale economia, ma garanzie della sua salute, e l'unico regime nel quale la società dei consumi può assicurarsi la propria sopravvivenza. L'accumularsi di aspettative deluse è accompagnato dalle masse crescenti di offerte scartate, da cui i consumatori si attendevano (in base alle promesse) soddisfazione per i propri bisogni. Il tasso di mortalità delle aspettative è elevato e in una società dei consumi correttamente funzionante deve crescere costantemente. [...] Affinché le aspettative restino vive e nuove speranze riempiano prontamente il vuoto lasciato da quelle già disattese e scartate, la vita che conduce dal punto di vendita alla pattumiera dev'essere breve e il passaggio rapido.>>

XIV. <<I mercati dei consumi si alimentano dell'ansia che essi stessi evocano, e fanno il possibile per accrescere, nei loro consumatori potenziali. Come già segnalato, il consumismo - in contrasto con la promessa dichiarata (e ampiamente accreditata) degli spot non riguarda il soddisfacimento dei desideri ma l'evocazione di un numero sempre maggiore di desideri: di preferenza proprio quel genere di desideri che, in linea di principio, non possono essere esauditi. per il consumatore un desiderio esaudito non sarebbe più piacevole ed eccitante di un fiore appassito o di una bottiglia di plastica vuota e per il mercato dei consumi esso sarebbe il presagio di un'imminente catastrofe.>>

XV. <<Ancor più precisamente: nell'ambiente liquido-moderno la formazione e l'apprendimento perchè siano utili, devono essere continui, anzi permanenti, cioè protrarsi per tutta la vita. Non è più concepibile un altro tipo di formazione e/o apprendimento: la costituzione dei sé o delle personalità è impensabile in qualsiasi altro modo che non sia quello di una formazione costante e perennemente incompiuta.>>

XVI. <<L'infanzia, come afferma Kiku Adatto, si trasforma in un periodo di <<preparazione alla vendita di sé>>, poiché i bambini vengono addestrati a <<vedere tutti i rapporti in termini di mercato>> e a considerare gli altri esseri umani, compresi i propri amici e familiari, attraverso il prisma delle percezioni valutazioni generate dal mercato.>>

XVII. <<<<Che cosa sia verità o mera opinione>>m afferma Adorno, viene deciso <<dal potere della società, che denuncia come mero arbitrio tutto ciò che non concorda col suo arbitrio. Il confine tra l'opinione sana e quella patogenica  è tracciato in praxi dall'autorità dominante, non dal giudizio informato>>

XVIII. <<Noi esseri umani, armati (per fortuna o per disgrazia) della conoscenza del bene o del male, veniamo giudicati e giudichiamo in base a ciò che è accaduto e a ciò che abbiamo fatto o omesso di fare. Collochiamo sui banchi della giuria ciò che 'dovrebbe essere' e al posto degli avvocati difensori ciò che 'è'. Portiamo con noi (dentro di noi) , ovunque andiamo e qualsiasi cosa facciamo, il presidente del tribunale comunemente chiamato 'coscienza' E crediamo che pervenire a un giudizio abbia senso: che abbia il potere di cambiare noi e il mondo che ci circonda - per il meglio, o per il meno peggio.>>

martedì 11 dicembre 2012

Hannah Arendt - La banalità del male


I. <<Un processo assomiglia a un dramma in quanto che dal principio alla fine si occupa del protagonista, non della vittima.>>

II. <<Ciò che più colpiva le menti di quegli uomini che si erano trasformati in assassini, era semplicemente l'idea di essere elementi di un processo grandioso, unico della storia del mondo (''un compito grande,  che si presenta una volta ogni duemila anni'') e perciò gravoso. >>

III. <<"Era prassi comune fare qualche eccezione onde imporre più agevolmente la regola generale", come dice Louis de Jong in un illuminante articolo sugli ebrei e non ebrei nell'Olanda occupata.
Se l'accettazione delle categorie privilegiate fu così disastrosa, fu perché chi chiedeva di essere "eccettuato" implicitamente riconosceva la regola; ma a quanto pare questo fatto non fu mai afferrato da quelle "brave persone" - ebrei e gentili - che si davano da fare per raccomandare ai nazisti i "casi speciali,"  gli individui che potevano aver diritto a un trattamento preferenziale.>>

IV. <<Certo, Kant non si era mai sognato di dire una cosa simile; al contrario, per lui ogni uomo diveniva un legislatore nel momento stesso in cui cominciava ad agire: usando la 'ragion pratica' ciascuno trova i principî  che potrebbero e dovrebbero essere i principî della legge. Ma è anche vero che l'inconsapevole distorsione di Eichmann era in armonia con quella che lo stesso Eichmann chiamava la teoria di Kant "ad uso privato della povera gente". In questa versione ad uso privato, tutto ciò che restava dello spirito kantiano era che l'uomo deve fare qualcosa di più che obbedire alla legge, deve andare al di à della semplice obbedienza e identificare la propria volontà col principio che sta dietro la legge -  la fonte da cui la legge è scaturita. Nella filosofia di Kant questa fonte era la ragion pratica; per Eichmann, era la volontà del Führer.>>

V. <<A Gerusalemme, posto di fronte ai documenti che provavano la sua eccezionale fedeltà a Hitler, Eichmann cercò a più riprese di spiegare che nel Terzo Reich "le parole del Fūhrer avevano forza di legge" (Führerworte haben Gesetzeskraf), il che significava, tra l'altro, che gli ordini di Hitler non avevano bisogno di essere scritti. Cercò di spiegare che era per questo che egli non aveva mai chiesto un ordine scritto di Hitler (e in effetti documenti di questo tipo riguardanti la soluzione finale non sono mai stati trovati e probabilmente non esistettero mai), mentre aveva chiesto di vedere un ordine scritto di Himmler. Certo, questa era una situazione paradossale, e sull'argomento si sono scritti volumi e volumi. In tale sistema "giuridico", ogni ordine contrario nella lettera o nello spirito a una disposizione orale di Hitler era per definizione illegittimo. Perciò la posizione assunta da Eichmann assomigliava spiacevolmente a quella, tante volte citata, del soldato che in un sistema giuridico normale si rifiuta di eseguire ordini che sono contrari all'idea comune della legittimità e che quindi possono da lui essere considerati illegali. La vasta letteratura sull'argomento gioca di solito sull'ambiguità del termine "legge", che in questo contesto significa a volte la legge vigente in un dato paese - cioè il codice esistente, concreto - e a volte la legge che, si suppone, parla con identica voce nel cuore di tutti gli uomini. In pratica, però gli ordini a cui si può disobbedire devono essere "manifestamente illegali" e l'illegalità deve essere "come una bandiera nera che sventola al di sopra di essi con una scritta che dice: 'Proibito',"  secondo la pittoresca espressione adoperata nella sentenza. E sotto un regime criminale questa bandiera nera" con la sua "scritta ammonitrice" sventola su quello che è normalmente un ordine legittimo (per esempio, non uccidere degli innocenti solo perché sono ebrei) nella stessa manifesta maniera in cui sventola,  sotto un regime normale, al di sopra di un ordine criminale. Ripiegare sull'inequivocabile voce della coscienza, o, secondo la terminologia ancor più vaga dei giuristi, su un "generale sentimento di umanità" significa non soltanto aggirare la questione, ma rifiutarsi deliberatamente di prender nota dei principali fenomeni morali, giuridici e politici del nostro secolo.[...] E come nei paesi civili la legge presuppone che la voce della coscienza dica a tutti "Non ammazzare," anche se talvolta l'uomo può avere istinti e tendenze omicide, così la legge della Germania hitleriana pretendeva che la voce della coscienza dicesse a tutti:"Ammazza," anche se gli organizzatori dei massacri sapevano benissimo che ciò era contrario agli istinti e alle tendenze normali della maggior parte della popolazione. Il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è - la proprietà della tentazione. Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero esser tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa (ché naturalmente, per quanto non sempre conoscessero gli orridi particolari, essi sapevano che gli ebrei erano trasportati verso la morte); e dovettero esser tentati di non trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni.>>

VI. <<Era esattamente l'opposto di quello che fecero i danesi. Quando i tedeschi, con una certa cautela, li invitarono a introdurre il distintivo giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita avrebbe provocato le loro immediate dimissioni. Decisivo fu poi il fatto che i tedeschi non riuscirono nemmeno a imporre che si facesse una distinzione tra gli ebrei di origine danese (che erano circa semilaquattrocento) e i millequattrocento ebrei di origine tedesca che erano riparati in Danimarca prima della guerrae che ora il governo del Reich aveva dichiarato apolidi. Il rifiuto opposto dai danesi dovette stupire enormemente i tedeschi, poiché ai loro occhi era quanto mai "illogico" che un governo proteggesse gente a cui pure aveva negato categoricamente la cittadinanza e anche il permesso di lavorare. [...] I danesi spiegarono ai capi tedeschi che siccome i profughi, in quanto apolidi, non erano più cittadini tedeschi, i nazisti non potevano pretendere la loro consegna senza il consenso danese. Così i nazisti non poterono compiere nessuno di quei passi preliminari che erano tanto importanti nella burocrazia dello sterminio, e le operazioni furono rinviate all'autunno del 1943.>>

VII. <<"Non facemmo nulla. Chiunque avesse protestato sul serio o avesse fatto qualcosa contro le unità addette allo sterminio sarebbe stato arrestato entro ventiquattr'ore e sarebbe scomparso. uno dei metodi più raffinati dei regimi totalitari del nostro secolo consiste appunto nell'impedire agli oppositori di morire per le loro idee di una morte grande, drammatica, da martiri. Molti di noi avrebbero accettato una morte del genere. Ma la dittatura fa scomparire i suoi avversari di nascosto, nell'anonimo. È certo che chi avesse preferito affrontare la morte piuttosto che tollerare in silenzio il crimine, avrebbe sacrificato la vita inutilmente. Ciò non vuol dire che il sacrificio sarebbe stato moralmente privo di senso. Ma sarebbe stato praticamente inutile. Nessuno di noi aveva convinzioni così profonde da addossarsi un sacrificio praticamente inutile in nome di un significato superiore:"

L'esempio del sergente Anton Schmidt sta però a dimostrare non tanto la vuotezza della rispettabilità (poiché in circostanze come quelle la rettitudine si riduce semplicemente a rispettabilità), quanto la vuotezza di tutto il ragionamento, che pure a prima vista sembra ineccepibile. È vero che il regime hitleriano cercava di creare vuoti di oblio ove scomparisse ogni differenza tra il bene e il male, ma come i febbrili tentativi compiuti dai nazisti dal giugno 1942 in poi per cancellare ogni traccia dei massacri (con la cremazione, con l'incendio in pozzi, con gli esplosivi e i lanciafiamme, e macchine che frantumavano le ossa) furono condannati al fallimento, così anche tutti tutti i loro sforzi di far scomparire gli oppositori "di nascosto, nell'anonimo," furono vani. I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c'è troppa gente perché certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare. E perciò nulla può mai essere "praticamente inutile," almeno non a lunga scadenza.>>

VIII. <<Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atricità messe insieme, poiché implica - come già fu detto e ripetuto a Norimberga, perché là i grandi criminali di guerra avevano sì sostenuto di avere obbedito a "ordini superiori", ma al tempo stesso si erano anche vantati di avere ogni tanto disobbedito, e perciò era stato più facile...

giovedì 29 novembre 2012

Cicerone - Le Tuscolane

I. <<"Pianta alberi che frutteranno per la generazione seguente": il personaggio che si esprime così nei Sinefebi, che altro intende dire, se non che anche le future generazioni lo riguardano? Dunque il coscienzioso agricoltore pianterà alberi  di cui egli non vedrà mai i frutti, e il grande uomo non "pianterà" leggi, istituzioni, stato?>>

II. <<E i nostri filosofi? Non appongono forse la loro firma proprio ai libri che scrivono sul disprezzo della gloria? Se è vero che l'unanimità del consenso è voce della natura, e se tutti gli uomini, in ogni parte del mondo, concordano sull'esistenza di qualcosa che riguarda chi è uscito dalla vita, anche noi dobbiamo adeguarci a questa opinione; se inoltre riterremo che, proprio per l'eccellenza della loro natura, i più capaci di individuare la potenza della natura sono coloro iil cui animo si distingue per ingegno o virtù, è verosimile, visto che tutti i migliori si mettono al servizio della posterità, che esista qualcosa di cui essi avranno la sensazione dopo la morte.>>

III. <<Eppure vogliono che questi simulacri parlino, cosa impossibile senza lingua, senza palato, senza l'uso di organi quali gola, torace, polmoni. Con la mente infatti non riuscivano a vedere nulla, e riportavano tutto al controllo degli occhi. D'altra parte solo un ingegno notevole è in grado di staccare la mente dai sensi e dipingere il pensiero su vie inconsuete. Magni autem est ingeni seuocare mantem a sensibus et cogitationem ab consuetudine abducere.>>

IV. <<E poiché di solito sono gli ardori del corpo a suscitare in noi la fiamma di quasi tutte le passioni, e tanto più ci sentiamo bruciare perché vogliamo competere con coloro che posseggono ciò che noi desideriamo, raggiungeremo certamente la felicità quando, abbandonato il corpo, saremo liberi sia dalle passioni sia delle rivalità; e quelle attività che nascono dal desiderio di osservare o esaminare qualcosa, alle quali ora ci dedichiamo quando siamo liberi da preoccupazioni, saranno allora per noi molto più semplicemente realizzabili, e ci dedicheremo totalmente alla contemplazione e alla ricerca, dal momento che è innata nella nostra mente una sorta di insaziabile brama di vedere la verità, e la natura stessa dei luoghi dove giungeremo, rendendoci più facile la conoscenza delle cose celesti, aumenterà il nostro desiderio di conoscerle.>>

V. <<Immaginiamo quale sarà lo spettacolo, quando potremo contemplare la terra intera, e di essa vedere non solo la posizione, la forma, la circonferenza, ma anche distinguere le regioni abitabili da quelle del tutto prive di vita per l'eccessiva violenza del freddo o del caldo.>>

VI. <<Anche ora d'altronde, non sono gli occhi a farci distinguere ciò che vediamo: non c'è infatti nel corpo alcuna facoltà di percepire, ma come insegnano sia i naturalisti, sia soprattutto i medici, che conoscono bene questi organi per averli visti, sezionati e messi in evidenza, esistono nel nostro corpo quasi delle "condutture", che dalla sede dell'anima portano agli occhi, agli orecchi, alle narici. Questo è il motivo per cui spesso, se siamo immersi in qualche pensiero o siamo colpiti da qualche grave malattia, ci capita di non vedere né udire alcunché, pur avendo gli occhi e gli orecchi aperti e in piena efficienza: da ciò si può facilmente arguire che a vedere e udire è l'anima, non quelle parti che potremmo si considerare come finestre dell'anima, ma che non darebbero mai alla mente la capacità di percepire, se non ci fosse da parte sua viva attenzione e impegno. E che dire del fatto che una stessa mente ci permette di percepire cose tanto diverse come il colore, il sapore, l'odore, il suono? Mai l'anima sarebbe in grado di riconoscerle attraverso i suoi cinque messaggeri, se non facessero tutte capo a lei, e non fosse essa stessa l'unico loro giudice. Dunque certamente tali percezioni ci appariranno di gran lunga più pure e limpide quando l'anima , libera, avrà finalmente raggiunto la sua destinazione naturale. Ora infatti, per quanto eccezionale sia l'arte con cui la natura ha realizzato quei fori che aprono un passaggio dal corpo all'anima, questi rimangono pur sempre in qualche modo ostruiti da particelle di materia terrena; ma quando non ci sarà più nulla tranne l'anima, allora nessun ostacolo le impedirà di percepire la qualità di ogni cosa.>>

VII. <<L'anima non ha forza sufficiente a vedere se stessa. Ma come succede agli occhi, l'anima, pur non vedendo se stessa, distingue le altre cose. Quel che non vede  - ed è cosa di minima importanza - è il suo aspetto (per quanto, è possibile che veda anche questo, ma lasciamo andare); vede però certamente la sua forza, la sagacia, la memoria, il moto, la velocità. Quale sia precisamente il suo aspetto o dove abiti, non vale proprio la pena di chiederselo.>>

VIII. <<Se dunque la natura vuole che, come la nascita è per noi l'inizio di ogni cosa, così la morte ne sia la fine, allo stesso modo, come nulla ci riguardò prima della nascita, così nulla ci riguarderà dopo la morte.>>

IX. <<Più rigido Diogene, le cui opinioni peraltro erano le stesse; ma, più bruscamente, da cinico, ordinò che lo si lasciasse senza sepoltura. Allora gli amici: "esposto agli uccelli e alle fiere?". "No davvero," rispose "mettete piuttosto vicino a me un bastone da usare per scacciarli." E quelli: "Come potrai, se non avrai sensibilità?". "Che danno mi procurerà allora il morso delle fiere, se non sentirò nulla?>>

X. <<L'effetto della filosofia è infatti questo: cura l'anima, toglie le preoccupazioni inutili, libera dai desideri, scaccia i timori.>>

XI.  <<Quanti ne puoi trovare, tra i filosofi, la cui condotta, il cui modo di pensare e di vivere siano conformi ai requisiti della ragione? Che considerino il loro insegnamento non come una occasione per dimostrare il loro sapere, ma come una legge di vita? Che siano i primi a ubbidire a se stessi, e a seguire i princìpi da loro stabiliti?>>

XII. <<C'è nell'anima di quasi tutti gli uomini un qualcosa che per natura è tenero, debole, umile, senza nerbo per così dire, e languido. Se non ci fosse altro, non ci sarebbe nulla di più spregevole dell'uomo; invece ecco pronta la ragione, signora e regina di tutto, che valendosi delle sue forze e procedendo sempre più avanti diventa perfetta virtù. Che sia essa a comandare a quella parte dell'anima che deve ubbidire, è ciò cui l'uomo deve mirare.>>

XIII. <<Ci sono infatti delle analogie tra l'anima e il corpo: come i pesi si trasportano più facilmente con i muscoli tesi, mentre, se questi si allentano, i pesi ci schiacciano , nello stesso identico modo l'anima con la sua tensione allontana l'oppressione di ogni peso, mentre se si lascia andare viene oppressa al punto da non riuscire a risollevarsi. E, se vogliamo essere sinceri,  nell'adempimento di tutti i doveri occorre la tensione dell'anima; essa è per così dire la sola custode del dovere.>>

XIV. <<Anzi, a dire il vero, a me sembra degno di maggior lode tutto ciò che avviene senza ostentazione e lontano dal giudizio della gente, non perché si debba fuggirne, (tutte le buone azioni amano essere messe in luce), ma certo per la virtù non c'è pubblico più importante della coscienza.>><<Sed tamen nullum theatrum uirtuti coscientia maius est.>>

XV. <<Mirabili anche le parole di Anassagora che a Lampsaco, in punto di morte, agli amici che gli chiedevano se volesse essere trasportato a Clazomene, la sua patria, nel caso fosse successo qualcosa, rispose: "Non c'è bisogno: qualunque sia il punto di partenza, la lunghezza della strada per gli Inferi non cambia".>>

XVI. <<Le critiche sono mal tollerate da coloro che si sono per così dire votati e consacrati ad alcune idee fisse e ben determinate, per cui si trovano costretti a sostenere, per coerenza, anche ciò che di solito non approvano; io invece, che seguo il principio della probabilità e non posso avventurarmi al di fuori di ciò che si presenta come verosimile, sono pronto sia a confutare senza ostinazione, sia a lasciarmi confutare senza adirarmi.>>

martedì 20 novembre 2012

Cicerone - Verrine - Orazioni I e II



I. <<Giudici, il senso del dovere, la lealtà, la compassione, l'esempio di molti uomini dabbene, l'antica consuetudine e la tradizione istituita dai nostri antenati mi indussero a sentirmi obbligato ad assumere l'onere di questa fatica, di questo dovere, nell'interesse non mio ma dei miei clienti. In questo affare, giudici, c'è tuttavia una cosa che mi consola: questa che sembra un'accusa si deve considerare non tanto un'accusa ma piuttosto una difesa. Difendendo infatti molti uomini, molte città, la Sicilia intera. Perciò, dato che devo accusare una sola persona, mi sembra quasi di restare fedele alla norma di condotta che mi sono prefissa e non discostarmi affatto dal difendere e aiutare la gente.>>

II. <<In questo processo, io penso, la causa dei Siciliani l'ho accettata, quello del popolo romano me la sono assunta io; per conseguenza non devo abbattere un solo individuo malvagio, come mi hanno chiesto i Siciliani, ma devo estinguere e annientare la malvagità in generale, come il popolo romano reclama già da tempo. Come io possa districarmi in questo compito o che risultato possa ottenere, preferisco lasciarlo alla speranza d'altri piuttosto che esporre nel mio discorso.>>

III. <<Non c'è nulla infatti più insopportabile che chi chiede conto della vita a un altro non possa render conto della propria>> <<Primum integritatem atque innocentiam singularem; nihil est enim quod minus ferendum sit quam rationem ab altero uitae resposcere eum qui non possit suae reddere.>>

IV. <<Perciò non dico nulla del mio ingegno: non c'è nulla che io possa dire, né, se ci fosse, lo direi; infatti, o mi basta l'opinione che si ha di me, qualunque essa sia, oppure, se è scarsa, non posso accrescerla facendone menzione.>> <<Quam ob rem nihil dico de meo ingenio, neque est quod possim dicere neque si esset dicerem; aut enim id mihi satis est quod est de me opinionis, quidquid est, aut, si id parum est, ego maius id commemorando facere non possum.>>

V.. <<Poi, credo, ha Alieno, e questo per lo meno è un avvocato: alla sua abilità come oratore non sono mai stato abbastanza attento, ma quanto a gridare vedo che è assai robusto ed esercitato.>>


VI.. <<E certamente, per il nostro stato malato e in condizioni quasi disperate, e per l'amministrazione della giustizia, corrotta e profanata per colpa e disonestà di pochi, o si adotta il rimedio che per la difesa delle leggi e per il prestigio dell'amministrazione giudiziaria intervengano persone oneste, disinteressate e scrupolose al massimo grado, oppure se neppur questo potrà giovare, certo non si troverà mai nessuna medicina per guarire questi malanni tanto numerosi>>

VII. <<Già da tempo infatti è invalsa questa opinione, dannosa per lo stato e pericolosa per voi, che si è diffusa per i discorsi di tutti non solo fra il popolo romano ma anch e fra le nazioni estere: con l'attuale amministrazione della giustizia un uomo danaroso, colpevole quanti si voglia, non può in nessun caso essere condannato.>>